“Helga Schneider, l’altra parte di me” il nuovo libro di Renzo Samaritani

Dopo il romanzo “Un’anima in viaggio” pubblicato nelle scorse settimane dall’editore Monetti, Renzo sta lavorando a un nuovo libro insieme alla mamma Helga Schneider e questa volta si parla di lei.

(titolo del libro e copertina PROVVISORI)

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Nadia Mirasoli e Sofia Mehiel intervistano Renzo Samaritani, clicca qui

RENZO SAMARITANI

Helga Schneider
L’altra parte di me

(Piccoli stralci…)

Agosto 2020.
Cielo sereno, leggera foschia, temperatura piacevole.
Il primo incontro si svolge in un piccolo locale nei pressi della stazione centrale, tavolini all’aperto e ombrelloni con la pubblicità di una nota marca di birra.
Ordiniamo due caffè macchiati.

Renzo: Sono un po’ imbarazzato, è una situazione insolita che un figlio intervisti la propria madre…
Helga: Be’… se le situazioni non sono insolite non le vogliamo, giusto?
R: Giusto. Quindi parto con la prima domanda. Ci ho pensato stanotte, non riuscivo a dormire.
H: Sono curiosa.
R: Durante gli incontri con i tuoi lettori c’è spesso qualcuno che chiede dove sei nata, suscitandoti sempre un momento di titubanza. Quasi ti trovassi dinnanzi a una barriera che ogni volta devi superare di nuovo. Poi rispondi che tua madre aveva preferito metterti al mondo in Slesia dove aveva parenti stretti, che l’avrebbero supportata durante il parto.
H: Non è così. In quel minuscolo villaggio della Slesia prussiana lei non aveva nessun parente da parte sua.
R: Allora per quale motivo era andata in un luogo così distante? So che è partita sola da Berlino a poche settimane dalla tua nascita.
H: Penso che sia scappata.
R: Da cosa?
H: Devo tornare un poco indietro. Dopo decenni un giorno ho deciso, quasi per caso, di guardare meglio il mio certificato di nascita e ho scoperto che è incompleto. Ci sono sei informazioni: luogo, nome, cognome e data della mia nascita, poi il 18 novembre è stata eseguita la denuncia di nascita all’anagrafe di Pilgramsdorf, autenticata da una firma e da un timbro con la svastica.
R: Un timbro con la svastica?
H: La Slesia apparteneva fin dal 1871 al cosiddetto Secondo Reich tedesco, ma dall’avvento di Adolf Hitler nel 1933 faceva parte del Terzo Reich.
R: Ovvero della Germania nazista.
H: Esatto.
R: Perché dici che il certificato è incompleto?
H: Manca il nome del padre.
R: Però ti hanno dato il cognome Schneider. Su quale base?
H: Semplice. Mia madre, o chi è andato all’anagrafe per lei, ha esibito il certificato di matrimonio con Stefan e questo è stato sufficiente. Quindi sul registro dell’anagrafe compare Stefan in quanto marito, ma non come padre sul mio documento di nascita.
R: Così ti è venuto il sospetto che potresti non essere la figlia biologica di tuo padre?
H: Sì.
R: Stiamo parlando di quel padre di cui hai sempre dichiarato che era rimasto per te un perfetto estraneo? Non ti aveva mai dato un bacio, un abbraccio, mai un gesto di affetto…
H: Quel padre, esatto.

(…)

Renzo: Mi sembri sempre più convinta che quel padre che sentivi di non avere mai avuto, intendo sentimentalmente, potrebbe davvero non essere il tuo genitore biologico.
Helga: Sto ancora mettendo insieme dei tasselli. Uno di questi è l’immediato e palese rifiuto della bambina che ero, da parte di Ursula, la seconda moglie di mio padre. Subito dopo il matrimonio lei iniziò contro di me una guerra senza tregua, usando ogni mezzo e pretesto per allontanarmi dalla famiglia. E aveva mano libera, perché il giorno dopo le nozze mio padre dovette ritornare alla sua compagnia della Wehrmacht.
R: Dove si sono conosciuti tuo padre e Ursula?
H: Durante una licenza dal fronte. Sono poi rimasti in contatto per via epistolare. Ma dopo pochissimo tempo lui decise di sposarla e lo comunicò alla nonna.
R: Tu e Peter stavate ancora con lei?
H: Sì. Quando nonna lo seppe andò su tutte le furie. Le venne anche un attacco di asma. Io credevo di morire. Non potevo immaginare una vita senza di lei. Piangevo e mi disperavo, ma non ci fu nulla da fare. Alla fine lei fece le valigie e tornò in Polonia.

(…)

Renzo: Eri davvero infuriata. Come finì la fuga?
Helga: Mi fermò una jeep della polizia militare, eravamo nel settore occupato dagli americani. Due Amis, come li chiamavamo a Berlino, mi chiesero in un tedesco stentato perché mi trovassi in giro da sola. Mentii dicendo di aver imboccato la Bismarckstrasse in senso contrario perdendo l’orientamento. Erano entrambi giovani, indossavano belle uniformi e avevano sorrisi indulgenti. Uno era nero. Mi accompagnarono a casa, salirono al nostro piano, suonarono, mi consegnarono alla matrigna e le chiesero un documento.
Renzo: Dopo lei se la sarà presa con te…
H: Stranamente non troppo, disse solo la solita cattiveria: “Sei uguale a tua madre, vagabonda. A letto senza cena!”


 

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L’assessore Mezzetti incontrò la scrittrice tedesca. Presto un film dal titolo ‘Let me go’, tratto da una sua opera
http://goo.gl/6a9gnZ

Un incontro amichevole, e fortemente voluto, quello dell’assessore regionale alla Cultura, Massimo Mezzetti, con la scrittrice tedesca Helga Schneider, nota a livello internazionale per aver raccontato la sua tormentata storia di figlia abbandonata da una madre nazista, sterminatrice nel campo di Auschwitz-Birkenau.
I suoi due long seller “Il rogo di Berlino” e “Lasciami andare, madre” hanno attraversato generazioni di lettori, e sono spesso usati nelle scuole come testi didattici e di approfondimento per conoscere e comprendere gli orrori del nazismo e la storia del ‘900.
Helga Schneider vive da oltre 50 anni a Bologna, scegliendo la lingua italiana e non la tedesca per i suoi romanzi; invitata in tutto il mondo a testimoniare la sua esperienza e il suo impegno nella preservazione della Memoria, la Schneider è molto attiva anche sul territorio proprio con le giovani generazioni, con cui spesso si rapporta e confronta, trasmettendo la sua esperienza di vita, ricevendo anche un riconoscimento ufficiale dell’Anpi.
Forte di questo impegno e appreso dell’imminente uscita del film “Let me go” – importante produzione inglese diretta dalla regista indipendente Polly Steele, che vanta tra l’altro le musiche composte da Philip Selway dei Radiohead – l’assessore Mezzetti ha invitato la scrittrice in viale Aldo Moro, nella sede della Regione, ritenendo doveroso il tributo di un territorio a una delle sue cittadine più autorevoli e impegnate.
“La figura di Helga Schneider- afferma l’assessore alla Cultura Massimo Mezzetti- è importantissima e particolare. Siamo abituati ad ascoltare testimonianze di chi ha vissuto il periodo nazi-fascista come partigiano, invece la sua è collegata a chi è sempre stato l’oggetto delle lotte partigiane. La signora Schneider, con coraggio, ha dato voce a chi, come lei, è stato a sua volta vittima innocente della follia di Hitler e del nazismo”. “Il nostro incontro- continua l’assessore- rafforza l’importanza del lavoro sulla Memoria, che l’Emilia-Romagna ha consolidato con l’approvazione della nuova legge regionale, perché una persona che non sa che cosa ha fatto e da dove viene non sa nemmeno che cosa vuole. E in questa sinergia con associazioni e istituti storici del territorio, la parte relativa alle testimonianze dirette, soprattutto nelle scuole e con gli studenti, sarà molto importante”.
“Anche il popolo tedesco ha sofferto moltissimo durante il periodo nazista- ha riferito la Helga Schneider all’assessore- soprattutto i bambini. Si parla molto poco di questo e io posso testimoniarlo. Trovo molto importante andare nelle scuole a raccontare la mia esperienza, spiegare ai ragazzi, confrontarmi con loro e rispondere alle loro domande”.
Schneider ha raccontato che, isolato dal resto del mondo dal sistema nazista, il popolo tedesco disponeva solo dell’informazione controllata dal regime. “I miei in cantina- ha spiegato durante l’incontro- ascoltavano di nascosto la BBC, rischiando molto, perché era proibito. In questo modo capivamo che quanto Goebbels raccontava erano delle bugie incredibili! Oggi viviamo in un’era tecnologica in cui le informazioni sono disponibili dopo pochi minuti. Tutto ciò è meraviglioso ma anche pericoloso, soprattutto per i più giovani, perché comporta a una forte esposizione a propagande terroristiche”.
Ha raccontato poi la vicenda della madre: “Mi disse di aver fatto un corso di disumanizzazione per poter lavorare dentro i campi di concentramento. Soprattutto le guardiane delle SS dovevano essere in grado di sopportare la vista delle crudeltà. Questo lavaggio del cervello le è rimasto per tutta la vita”.

Cara Helga, buondì!
Prego il Signore che stia bene e si senta spiritualmente ispirata.
Il tema da lei sviluppato, la relazione famigliare, e in particolare quella personale madre-figlia, all’interno di quel tragico contesto storico, crea un sapore certamente particolare. E, sentendo la necessità di dirglielo fin dai primi capitoli letti, colgo l’occasione per farle ora vivi complimenti per il sapiente uso della lingua italiana: un uso così efficace da far invidia a noti scrittori di madre lingua.
Per consentirle di meglio conoscermi, le accenno qualcosa alla relazione tra lo sfondo su cui si stagliano le sue narrazioni e me. La Storia in generale mi ha da sempre appassionato e, per motivi che non ho ancora soddisfacentemente sondato, quella del Terzo Reich: la sua inspiegabile ascesa, la sua conquista del potere, la sua disfatta e i processi che ne son seguiti, in particolare quelli ai gerarchi nazisti celebrati a Norimberga e quello ad Adolf Heichman a Gerusalemme. Però, nonostante le non poche letture e le conversazioni con i rari testimoni storici, con i loro stretti parenti, con esperti di questioni politiche e sociali germaniche ed ebraiche, sento che per capire mi sfugge ancora qualcosa di fondamentale, e inquietante.
Con stima e affetto,
Marco Ferrini (Matsyavatara Das)

PER UN PUGNO DI CIOCCOLATA
Racconto tratto dal libro omonimo di Helga Schneider (Mantova, Oligo Editore, 2019)

http://www.radioemiliaromagna.it/programmi/racconti-autore/pugno-cioccolata.aspx

Tedesca per nascita, bolognese per scelta, la scrittrice Helga Schneider ha raccontato al mondo la tragedia del nazismo dal suo particolare punto di vista: quello di una figlia lasciata, piccolissima, da una madre che decise di dedicarsi al lavoro di guardiana nei campi di concentramento e di sterminio. Vi proponiamo il racconto che dà il titolo alla sua ultima raccolta, ringraziando per la lettura Donatella Vanghi e l’associazione “Legg’io”.

Risalendo dal cortile Lotte infilò le scale, ma al secondo piano si arrestò vedendo una donna nel vano del suo uscio aperto.
«Scusami ragazzina, potresti darmi una mano?».
Non potendo rifiutare per educazione, Lotte annuì. La signora le fece cenno di entrare.
«Abbiamo fatto trasloco ieri e la casa è ancora in disordine» – si giustificò la donna. – «È successo che mi sono fatta un brutto graffio sul balcone con un chiodo che spuntava da un portafiori difettoso».
Indossava un vestito estivo leggero a manica corta, la ferita era ben visibile, lunga e arrossata.
«Cosa devo fare?» chiese Lotte.
«Nel bagno trovi una cassetta di primo soccorso e…».
La recuperò, pulì la lesione con la tintura di iodio, applicò la garza e un cerottone Hansaplast.
«Non so come ringraziarti,» – disse la signora, sollevata – «Sei bravissima. Quanti anni hai?».
«Tredici».
«Come ti chiami?».
«Lotte. Abito al quarto piano».
«Con i tuoi genitori?».
«Mio padre è al fronte, in Francia. Sto con mia madre e la nonna».
«Io sono Frau Schmitt. Senti, cara, vorrei ripagarti per la tua gentilezza. Posso offrirti una fetta di pane spalmata di vero burro?».
«Bur-ro?» ripeté la ragazza con viva meraviglia.
Da quando c’era la guerra, gli alimenti erano razionati e molte cose non si trovavano più, tra le quali il burro, che era stato sostituito con della pessima margarina.
Frau Schmitt sorrise accondiscendente: «Vieni in cucina».
Fu invitata a sedersi al tavolo e assistette mentre la signora tagliava da una pagnotta una bella fetta e la cospargeva di un generoso strato di burro. A Lotte venne l’acquolina in bocca solo a guardarla! Quando alla fine ebbe quella meraviglia tra le mani, la morsicò con più avidità di quanto avrebbe voluto manifestare.
Finito tutto ringraziò con molta enfasi e dichiarò che a quel punto sarebbe dovuta salire in casa.
Frau Schmitt la ringraziò di nuovo: «Sei una ragazza preziosa».
Lotte sorrise imbarazzata, nessuno l’aveva mai definita preziosa, e guadagnò la porta.

Il giorno seguente era assolato e faceva caldo.
I ragazzi del condominio, che si stavano godendo le ferie scolastiche, si divertivano nel cortile nonostante fosse un luogo inospitale, senza nemmeno un albero e circondato da muretti con mattoni a vista anneriti dal tempo e dall’indifferenza.
Rientrando all’ora di pranzo, Lotte si arrestò un’altra volta al secondo piano vedendo Frau Schmitt nel vano della sua porta.
«Scusami, cara, avrei un piccolo problema, potresti aiutarmi?».
«Sì».
«Entra, prego».
Una volta in casa, Frau Schmitt disse: «Mi devi perdonare se approfitto ancora una volta della tua gentilezza, ma Lilli è scappata dalla gabbia. È il mio pappagallino. Si è rifugiata nel bagno. Sai, la ferita al braccio mi duole ancora molto e non riesco a…».
«Ci penso io» le disse Lotte.
Sapeva ormai dove si trovava il bagno e andò a verificare.
L’uccellino stava sulla sponda della vasca e si lasciò prendere con facilità. Frau Schmitt, sollevata, lo rimise nella gabbia.
«Cattiva Lilli,» – rimproverò la bestiolina – «non farlo più!».
E a Lotte: «Sei proprio una ragazzina in gamba!».
«Grazie, ma ora devo andare, non voglio preoccupare la nonna».
«Non avevi detto che abitavi con la nonna e tua madre?».
«Sì, ma durante il giorno mamma lavora».
«Capisco. Che mestiere fa?».
«L’infermiera. In una clinica».
«Bene bene. Con il paese in guerra questa è un’attività importante».
Lotte annuì, ammirando il vestito della signora, diverso da quello del giorno precedente: era tutto di colori chiari, così come chiari, del resto, erano i suoi capelli, gli occhi e la pelle luminosa.
Lotte non se ne intendeva molto, ma in quel momento pensò che fosse una signora piuttosto bella.
Mentre si dirigeva verso la porta, arrivò la domanda: «Gradiresti un’altra fetta di pane con il mio buon burro, cara?».
«No, grazie» rispose Lotte d’impulso, ma aveva già l’acquolina in bocca.
L’altra la esortò, spiccia: «Vieni in cucina».
La ragazza la seguì come stregata da un invisibile flauto magico, poi scivolò sulla sedia mentre Frau Schmitt tagliava del pane, lo spalmava di burro e aggiungeva anche una fetta di prosciutto.
Lotte strabuzzò gli occhi e, quando ebbe in mano quella meraviglia dello Schinkenbrot, quasi temette di svenire. L’odore era così travolgente che per qualche istante le girò la testa.
Mentre si godeva il panino, la signora spiegò: «Mio marito lavora al Ministero dell’Alimentazione e Agricoltura, e capita che accetti dei doni dai contadini come ringraziamento per aver concesso loro favori o altri benefici. È per questo che posso offrirti il pane col burro e il prosciutto. Ma non dirlo in giro, è una cosa che ho confidata solo a te. Me lo prometti?».
«Sì… ma ora devo andare perché…».
«Certo, vai, vai! Solo un’ultima cosa: per caso sai quanti anni ha il figlio della portiera?».
«Toni? Credo diciotto, anzi, diciannove».
«Strano» – si stupì Frau Schmitt – «che non sia stato richiamato alle armi».
La ragazza fece spallucce, ringraziò più volte dello Schinkenbrot e raggiunse rapidamente la porta.

Lotte rivide la signora nel rifugio del palazzo, quando gli inglesi sferrarono il primo vero attacco aereo sulla città. Sui giornali fu poi spiegato che si era trattato di un atto di vendetta perché la Germania aveva cominciato a bombardare Londra.
L’evento scioccò la popolazione: il ministro Göring aveva solennemente promesso che mai nessuna bomba sarebbe caduta su Berlino; ora tutti si sentivano delusi e traditi.
Nel rifugio gli inquilini notarono l’assenza del figlio della portiera. La donna raccontò, piangendo, che a sorpresa Toni era stato chiamato alle armi malgrado soffrisse di una grave forma di asma che a volte lo lasciava totalmente senza respiro.

A poco a poco le anime dei cittadini si chetarono e i ragazzi del condominio ripresero a sfogarsi nel cortile.
Verso l’ora di pranzo qualcuno decise di risalire in casa, e all’imbocco delle scale incontrarono Frau Schmitt. Lotte si fermò per educazione, gli altri proseguirono.
«Ecco la mia piccola salvatrice!» – esclamò la donna, enfatica – «Come stai, mia cara?».
«Bene».
Cominciarono a salire insieme i gradini. Giunte davanti alla sua porta, la signora dichiarò, diventata a un tratto seria: «Dovrei chiederti una cosa, Lotte, vorresti entrare un momento?».
Quel tono quasi severo impensierì la ragazza, così annuì.
Nel vano d’ingresso Frau Schmitt pose la borsetta e le chiavi su una mensola e si diresse senza indugio verso la cucina, invitando Lotte a seguirla.
L’appartamento ora era più in ordine, Lilli gorgheggiava gioiosa.
«Accomodati, prego». Di nuovo sulla solita sedia al solito tavolo.
«È successo che mio marito si è molto arrabbiato», esordì la signora in tono grave.
«Perché?».
«Domenica pomeriggio, dopo pranzo, lui ama fare un sonnellino in camera, ma questa volta non è riuscito a chiudere occhio perché voi nel cortile facevate un baccano infernale!».
«Mi dispiace» disse Lotte, mortificata.
«Adesso tu mi devi promettere che questo incidente non si ripeterà mai più!» – si raccomandò la donna, agitando l’indice – «Mio marito è una persona molto influente e non vorrei che prendesse certi provvedimenti nei confronti delle vostre famiglie».
Lotte si sentii sgradevolmente colpita da quel tono, che le suonava come una minaccia, ma si controllò.
«Parlerò con i miei amici» – assicurò – «Vedrà che la domenica pomeriggio suo marito riuscirà a riposare».
«Brava» fece Frau Schmitt.
Mentre Lotte si alzava arrivò la fatidica domanda: «Vuoi che ti prepari un altro Schinkenbrot?».
«No, no grazie!» rispose decisa la ragazza, ma la signora la esortò: «Siediti! Non fare la modesta!».
Lotte obbedì, ma con un senso di crescente disagio.
Frau Schmitt tagliò una bella fetta, la spalmò con molto burro e le aggiunse un trancio di prosciutto, questa volta più spesso di quello precedente.
A poco a poco Lotte sentì svanire le resistenze, ogni fibra del suo essere desiderava quello Schinkenbrot! Alla fine, divorandolo, sembrò che ne godesse tutto il suo corpo dalla radice dei capelli alla pianta dei piedi. Un godimento perfetto.
Mandato giù l’ultimo boccone fu come se si riavesse da un incanto.
Balzò in piedi. Aveva la percezione di aver tradito qualcosa o qualcuno, una promessa, un principio – sé stessa! Avrebbe dovuto rifiutare quello Schinkenbrot, dimostrare forza e carattere, e invece aveva ceduto. Se ne andò rattristata, dandosi della vigliacca.

Nella notte del 29 agosto 1940 ci fu un secondo attacco aereo che colpì il Görlitzer Bahnhof e i centri abitati circostanti. Morirono dodici persone e ventotto rimasero ferite.
Gli inquilini del palazzo scesero di nuovo nel rifugio, tra di loro anche Frau Schmitt e il marito. L’uomo, un po’ panciuto, con un’incipiente calvizie e lo sguardo acuto, rivolse un paio di frasi a Lotte. Elogiò gentilmente la disponibilità dimostrata più volte nei confronti di sua moglie. La quale invece lottava con la curiosità di sapere per quale motivo Lotte si trovasse in cantina solo con la madre, senza la nonna, ma, temendo di destare sospetti nella ragazza, tacque.

Due giorni dopo, Lotte incontrò il signor Schmitt nei pressi del portone. Lo salutò cortesemente e fece per proseguire, ma l’uomo la trattenne. La informò che sua moglie era malata a letto. Aveva la tosse e la febbre. Lui purtroppo era costretto a rimanere per il resto della giornata in ufficio, dovendo risolvere una grana politica molto incresciosa.
Lotte intuì il suggerimento e promise che nel pomeriggio avrebbe fatto un salto dalla signora per chiedere se avesse bisogno di qualcosa. Lui la ringraziò con belle parole, poi Lotte raggiunse gli amici nel cortile.
Risalendo all’ora di pranzo si fermò al secondo piano e suonò.
Dopo un po’ la signora aprì. Indossava una vestaglia verde pisello con il collo e le tasche ricamate.
«Che cara ragazza! » – esclamò, tossicchiando un poco – «Entra, prego! È stato mio marito a dirti che sono malata, non è vero? Pover’uomo, ha sempre paura che per due linee di febbre io sia in punto di morte». Prendendola per un braccio, la costrinse a seguirla in cucina.
«Siediti un momento, Lotte».
La ragazza esitò: «Volevo solo sapere se avesse bisogno di qualcosa».
«Su! Due minuti!».
Non aveva un gran aspetto da malata, la signora. I capelli erano in ordine e, come le altre volte, si era data un tocco di rossetto.
«Stamattina è venuto il dottore.» – raccontò – «Mi ha lasciato le medicine e mio marito è andato a fare un po’ di spesa. Per il resto devo stare a riposo».
«Sono contenta che non abbia bisogno di niente» disse Lotte, e si alzò in piedi, ma l’altra la respinse con gentile decisione sulla sedia.
«Uno Schinkenbrot?» gettò l’esca.
«No, no, davvero, grazie!» declinò Lotte, risoluta. Aveva avuto problemi a casa perché in seguito ai panini di Frau Schmitt era sembrato che non avesse affatto fame. Molto strano in tempi di penuria di alimentari. La nonna sospettava perfino che si fosse presa una malattia.
Ma sembrava ormai un rito prestabilito: il pane, uno strato generoso di burro e il prosciutto.
Lotte si sentiva quasi male per lo sforzo di rinunciare al panino, e infatti quando Frau Schmitt glielo porse non resistette e lo prese. “È l’ultima volta” – si disse – “lo giuro”, ma nello stesso tempo affondò i denti in quella meraviglia di cibo.

Dopo averlo divorato fu come se avesse un crollo di morale, una voce interna le disse, accorata: “Ora vattene di corsa! Non tornare mai più!”.
«Ho un regalo per te!» dichiarò la signora.
Lotte scosse la testa: «No, davvero, non voglio nessun…».
«Oh, quante storie!».
Frau Schmitt si avvicinò a un mobile-credenza, aprì un cassetto, estrasse una scatola piatta, rettangolare e gliela porse davanti sul piano del tavolo.
«Aprila, coraggio!».
Lotte sospirò, avvertiva un senso di fiacchezza, di impotenza.
Tolse il coperchio e fissò il contenuto: erano cioccolatini.
«Mio marito ha ancora le sue fonti» disse la donna con una risatina di complicità.
Cioccolatini… Lotte conservava una lontana memoria di quella dolce prelibatezza, un ricordo che risaliva a un periodo in cui il nazismo non era ancora al potere.
«Prendine uno» la donna la esortò.
Con un movimento lento quasi fosse in trance, la ragazza tolse la carta stagnola dal primo. Che delizia, che fantastico godimento mentre la cioccolata si scioglieva in bocca!
«Su, un altro» sollecitò Frau Schmitt. Alla fine Lotte ne mangiò sei. Non si accorse tuttavia che alcuni di essi avevano un ripieno di liquore.
Fu presa da una strana euforia ed esclamò, entusiasta: «Voglio portarne due al nonno, lui da giovane lavorava in una fabbrica di cioccolata e ancora sogna le praline che producevano!».
Negli occhi di Frau Schmitt avvampò una luce acuta: «Non avevi detto che abitavi con tua madre e la nonna?».
Lotte accusò un violento colpo al cuore, era arrossita.
«Intend… volevo dire… intendevo dire la nonna…» balbettò, atterrita.
Ci fu una pausa. Dal soggiorno giungevano gli spensierati gorgheggi di Lilli.
«Così era la nonna che da giovane lavorava in una fabbrica di cioccolata?», domandò infine Frau Schmitt, ma nella sua voce c’era un tono nuovo, ambiguo.
«Sì, sì, era la nonna!» Lotte si affrettò ad aggiustare il tiro.
«Allora portale un po’ di cioccolatini» suggerì Frau Schmitt.
Lotte si alzò: «No, non vorrei approfittare della sua…».
La donna ne prese un pugno e li mise nelle mani della ragazza: «Fai troppe storie! Ma ora vai, io sono stanca. Sono malata, è meglio che torni a letto».
La accompagnò sbrigativamente alla porta.

Si sentiva come gelata dentro, le tremavano le ginocchia. Aveva nominato il nonno che tenevano nascosto in casa! Che cosa aveva fatto… Mise i cioccolatini in una delle tasche del suo vestito e scivolò su un gradino. Prese la testa fra le mani: “Dio fa che la signora non si sia insospettita. Ti prego!”.
Lotte era una ragazza intelligente e la mamma, Frau Grete Klugge, le aveva spiegato, con tutte le cautele del caso, per quale motivo una notte era arrivato il nonno e da allora non si era più mosso dall’appartamento. Era stata minuziosamente istruita a mantenere il segreto con tutti e a ogni costo.

Il nonno lavorava in una fabbrica di munizioni quando gli era scoppiato un ordigno in mano. Ricoverato in una struttura statale, al pover’uomo fu amputato il braccio sinistro fino al gomito e inoltre due dita della mano destra. Il medico responsabile della struttura, Herr Pfalz, era per caso un parente del nonno.
Un giorno arrivò dall’Ente pubblico per la salute e l’assistenza sociale, a tutti gli ospedali, cliniche e case di cura, l’ordine di fornire un questionario sulle patologie dei ricoverati, ufficialmente per verificarne le capacità lavorative.
La novità era dovuta al volere di Adolf Hitler: «Tutte le vite indegne di vivere dovevano essere eliminate per mano dello Stato». Ovvero, dovevano essere soppressi quei cittadini che non potevano più essere utili al Reich, gravando sulle spese della sanità pubblica. L’operazione si chiamava Aktion T4. T4 stava per Tiergartenstrasse 4. La villa era stata espropriata a un ebreo, perché all’epoca essi non potevano possedere case né tanto meno ville. Tiergartenstrasse 4 divenne il quartier generale dell’Aktion T4.
Il dottor Pfalz apprese che, una volta compilati, i famigerati questionari sarebbero stati esaminati da certi periti, e alla fine un supervisore avrebbe decretato la vita o la morte dei pazienti, senza nemmeno averli visitati. Stabilito chi non meritava di vivere, il giorno concordato gli uomini di una fantomatica Società di Pubblica Utilità per il Trasporto degli Ammalati avrebbero caricato i pazienti condannati su pullman dai finestrini oscurati, diretti nei centri di eliminazione, o meglio: nelle cliniche della morte, dove le vittime venivano uccise in camere a gas camuffate da docce.
Il dottor Pfalz si rese conto che la vita del suo parente era in pericolo, e prese una decisione. Malgrado il paziente fosse stato operato da poco, firmò la lettera di dimissioni e avvertì la figlia, Frau Grete, di venire a prendere il padre.
La donna lo sistemò durante il giorno presso un’amica fidata, e lo condusse a casa solo a notte fonda. A quell’ora non incontrarono nessuno sulle scale e il nonno arrivò nell’appartamento senza che nessuno lo avesse visto. Essendo infermiera diplomata, da quel momento fu la figlia a occuparsi del convalescente, che soffriva ancora per i postumi di un intervento dalle caratteristiche molto invasive.

Verso l’alba sentirono suonare alla porta. La prima ad alzarsi, spaventatissima, fu la nonna, ma poiché continuavano a suonare, anche il resto della famiglia balzò in piedi.
Poi una voce rude e minacciosa intimò: «Polizia! Se non aprite entro due minuti sfondiamo la porta!».

Solo negli anni ’60 Lotte ne parlò per la prima volta con i suoi gemelli: «Era stata quella spia della signora Schmitt a segnalare alla polizia il sospetto che nascondessimo a casa un clandestino».
In qualche modo fu anche scoperto che il dottor Pfalz aveva sottratto al questionario un parente, che sarebbe stato un sicuro candidato dell’Aktion T4, per cui si era reso responsabile di sabotaggio nei confronti di una disposizione governativa.
«Mia madre e la nonna furono arrestate, io finii in un istituto per minori soli senza famiglia.» – Lotte spiegò ai figli – «La povera nonna si ammalò in prigione e morì, la mamma fu rilasciata dopo la fine della guerra, ma sopravvisse solo per due anni. Ebbi modo di starle vicino fino all’ultimo giorno».
«E… il nonno?», domandò Egon, uno dei gemelli, con una luce ansiosa negli occhi.
«Fu… ucciso in una delle cliniche della morte del Terzo Reich» rispose, poi la voce le venne meno.
I gemelli la abbracciarono.
«Non piangere, mamma… adesso sono tutti in cielo. Non piangere mamma…».

http://www.bolognatoday.it/eventi/cultura/renzo-e-mamma-helga-una-strada-difficile-a-cura-della-coordinatrice-silvia-zanelli-2883732.html

Renzo e mamma Helga, una strada difficile

Cammina con la madre Helga Schneider, scrittrice nota a livello internazionale. Intorno a loro il Giardino del Museo geologico “Sandra Forni”. “C’è un’ombra fra noi…” dice Renzo Samaritani, “non possiamo e forse non dobbiamo dimenticarla.” Una video-intervista parla di questa “ombra” su YouTube “Perdono mia madre Helga Schneider e i suoi silenzi sulle SS” realizzata da Loescher Editore. Ora anche la Regione Emilia-Romagna punta le proprie telecamere su lui e Helga, tutti i figli o nipoti di genitori o nonni che sono stati implicati nel nazismo o nell’olocausto, hanno avuto problemi di ordine sociale, familiare o psicologico. Questo è il senso del film ‘Let me go’, tratto da un’opera della Schneider e presto al cinema.

Renzo ha avuto problemi dopo aver letto “Il rogo di Berlino” e comunque a causa della nonna austriaca, complice ad Auschwitz dell’olocausto. Di questo è di un altro long seller di Helga Schneider, entrambi pubblicati da Adelphi, si è discusso la scorsa settimana con l’Assessore alla Cultura della Regione Emilia-Romagna, Massimo Mezzetti, durante un incontro amichevole e da lui fortemente voluto.

“La figura di Helga Schneider- afferma l’assessore alla Cultura Massimo Mezzetti- è importantissima e particolare. Siamo abituati ad ascoltare testimonianze di chi ha vissuto il periodo nazi-fascista come partigiano, invece la sua è collegata a chi è sempre stato l’oggetto delle lotte partigiane. La signora Schneider, con coraggio, ha dato voce a chi, come lei, è stato a sua volta vittima innocente della follia di Hitler e del nazismo”. “Il nostro incontro- continua l’assessore- rafforza l’importanza del lavoro sulla Memoria, che l’Emilia-Romagna ha consolidato con l’approvazione della nuova legge regionale, perché una persona che non sa che cosa ha fatto e da dove viene non sa nemmeno che cosa vuole. E in questa sinergia con associazioni e istituti storici del territorio, la parte relativa alle testimonianze dirette, soprattutto nelle scuole e con gli studenti, sarà molto importante”.
“Anche il popolo tedesco ha sofferto moltissimo durante il periodo nazista- ha riferito la Helga Schneider all’assessore- soprattutto i bambini. Si parla molto poco di questo e io posso testimoniarlo. Trovo molto importante andare nelle scuole a raccontare la mia esperienza, spiegare ai ragazzi, confrontarmi con loro e rispondere alle loro domande”.

Helga Schneider vive da oltre 50 anni a Bologna, scegliendo la lingua italiana e non la tedesca per i suoi romanzi; invitata in tutto il mondo a testimoniare la sua esperienza e il suo impegno nella preservazione della Memoria, la Schneider è molto attiva anche sul territorio proprio con le giovani generazioni, con cui spesso si rapporta e confronta, trasmettendo la sua esperienza di vita, ricevendo anche un riconoscimento ufficiale dell’Anpi.
Forte di questo impegno e appreso dell’imminente uscita del film “Let me go” – importante produzione inglese diretta dalla regista indipendente Polly Steele, che vanta tra l’altro le musiche composte da Philip Selway dei Radiohead – l’assessore Mezzetti ha invitato la scrittrice in viale Aldo Moro, nella sede della Regione, ritenendo doveroso il tributo di un territorio a una delle sue cittadine più autorevoli e impegnate.

Helga Schneider sta attualmente lavorando a nuovi progetti editoriali, di cui uno dedicato agli adolescenti.

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