Decrescita felice, crescita, sviluppo sostenibile: facciamo chiarezza

Decrescita felice, sviluppo sostenibile

Crescita e sviluppo, differenze sostanziali

Per crescita si
intende l’aumento della produzione economica trainata da aumento dei consumi,
che siano interni o derivanti da domanda estera, mentre per sviluppo un
progresso più armonico delle comunità umane, che non si basa necessariamente
sulla disponibilità di una maggiore quantità di beni e servizi,
ma anche su altri fattori, come la salute, l’educazione, le
relazioni interpersonali.

Fin dal 1974,
l’economista Richard Easterlin illustrò
questo paradosso: fino a un certo punto la crescita del reddito pro capite si
accompagna con una crescita della soddisfazione percepita. Oltre quel livello
(variabile da Paese a Paese, da cultura a cultura) entrano in gioco altri
fattori che diventano più importanti dell’aumento della disponibilità
monetaria. Fattori non misurabili più – e qui gli economisti convergono tutti –
con il prodotto interno lordo, che è la misura statistica della mera
produzione economica. I diversi indicatori di benessere (in Italia il Benessere equo e
sostenibile
, all’Ocse il Better life index e
altri ancora) sono “più ampi” e  servono
invece a misurare questo concetto più armonico, più equo, più sfaccettato
di sviluppo.

La crescita sostenibile
è quindi una contraddizione nei termini, lo sviluppo sostenibile no. La
definizione di sviluppo sostenibile, la prima, viene proposta nel rapporto “Our
Common Future” pubblicato nel 1987 dalla Commissione mondiale per l’ambiente e
lo sviluppo (Commissione Bruntland) del Programma
delle Nazioni Unite per l’ambiente
. Per sviluppo sostenibile si intende uno
sviluppo in grado di assicurare «il soddisfacimento dei bisogni della
generazione presente senza compromettere la possibilità delle
generazioni future di realizzare i propri».
Il concetto di sostenibilità, in questa accezione, viene collegato alla compatibilità
tra sviluppo delle attività economiche e salvaguardia dell’ambiente. La
possibilità di assicurare la soddisfazione dei bisogni essenziali comporta,
dunque, la realizzazione di uno sviluppo economico che abbia come finalità principale
il rispetto dell’ambiente, ma che allo stesso tempo veda anche i Paesi
più ricchi adottare processi produttivi e stili di vita compatibili con la
capacità della biosfera di assorbire gli effetti delle attività umane e i Paesi
in via di sviluppo crescere in termini demografici ed economici a ritmi
compatibili con l’ecosistema.

Lo
sviluppo sostenibile dunque è fatto solo di un’economia
diversa e di una
migliore
distribuzione delle risorse, dove è presente
il concetto di benessere collettivo e di una economia “migliore”: meno
inquinante e più volta al riuso, al recupero, al
riciclo. È chiaro che in questa accezione devono essere messe in campo le azioni e
le misure atte a favorire tutte quelle forme di uso dei beni che si traducono
in un reimpiego di materiali, in risparmi energetici, nella ottimizzazione dei
consumi collettivi. La cosiddetta economia circolare, o più in generale
la “green economy” per alimentare una crescita più sana dell’economia,
ma al tempo stesso favorire il percorso verso uno sviluppo effettivamente
sostenibile.

Decrescita felice, da Latouche al Movimento di Pallante

Il termine decrescita
fu invece coniato dall’economista-filosofo francese Serge Latouche
basandosi sul concetto, in estrema sintesi, che diminuendo la produzione (la mera crescita) sia possibile
andare incontro agli obiettivi di un ambiente più sostenibile e una vita
più sana
. La visione “più scientifica” del concetto dell’economista
Latouche è da molti ritenuta più estrema rispetto al pensiero più recente del Manifesto della decrescita felice, scritto
dall’economista Maurizio Pallante.

La teoria di Latouche, che fino a
poco tempo fa era considerata poco più di opinioni bizzarre e fuori dalla
realtà, oggi trova seguito anche presso nomi autorevoli dell’economia.
Latouche
ritiene quella del consumismo
una guerra dell’uno contro l’altro, perché distrugge il Pianeta nella propria
corsa all’accumulo, mentre una “decrescita” regolata garantirebbe a
tutti una più dignitosa qualità della vita. L’economista-filosofo sostiene da anni che il Pil non abbia senso,
perché non tiene conto di tempo libero, equa distribuzione dei beni e costi
dell’inquinamento, né del mercato nero, omissione che lo rende un metro
inefficace
soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove autoproduzione e
baratto hanno ancora un peso rilevante.

Decrescita è però, di per sé, un termine troppo spesso equivocato, e da qui nascono fraintendimenti su chi davvero crede in uno sviluppo diverso dalla produzione di beni infinita, che non è certamente ritorno all’età della pietra, e viene visto come un illuso o come uno “fuori dai tempi”. Nel manifesto dell’economista Maurizio Pallante, fondatore del Movimento per la decrescita felice si legge: “La decrescita felice non ha come faro direzionale la ricerca della produttività, ma altri valori. È prima di tutto una critica ragionata e ragionevole alle assurdità di un’economia fondata sulla crescita della produzione di merci, e si caratterizza come un’alternativa radicale al suo sistema di valori. Nasce in ambito economico, lo stesso ambito in cui è stata arbitrariamente caricata di una connotazione positiva la parola crescita, ma travalica subito in ambito culturale. Non accetta la riduzione della quantità alla qualità, per esempio, non ritiene che la crescita del cibo che si butta, della benzina che si spreca in code automobilistiche, del consumo di medicine magari per problemi derivanti da inquinamento, comporti una crescita del benessere, e li ritiene peggioramento della qualità della vita.

Dunque, come specifica Pallante nel suo manifesto:
“Non è riduzione quantitativa del Pil, non è recessione, e non è neppure
riduzione volontaria dei consumi per ragioni etiche, perché non è rinuncia.
Rinuncia implica valutazione positiva di ciò cui si rinuncia. È rifiuto invece
di ciò che non serve, di quello di cui non si sa che farsene, dell’effimero, il
di più, l’inutile. Non so cosa farmene, in realtà poco di nuovo mi serve, e non
voglio spendere una parte della mia vita per guadagnare per comprarlo”.

La decrescita si propone
di ridurre il consumo delle merci che non soddisfano nessun bisogno (per
esempio: gli sprechi di energia in edifici mal coibentati), ma non il
consumo dei beni che si possono avere soltanto sotto forma di merci perché
richiedono una tecnologia complessa (per esempio: la risonanza magnetica,
il computer, ma anche un paio di scarpe), i quali però dovrebbero essere
acquistati il più localmente possibile. Si propone di ridurre il consumo
delle merci che si possono sostituire con beni autoprodotti ogni
qual volta ciò comporti un miglioramento qualitativo e una riduzione
dell’inquinamento, del consumo di risorse, dei rifiuti e dei costi (per
esempio: il pane fatto in casa). Il suo obbiettivo non è il meno, ma il meno
quando è meglio.  È una rivoluzione
dolce
finalizzata a sviluppare le innovazioni tecnologiche che diminuiscono
il consumo di energia e risorse, l’inquinamento e le quantità di rifiuti per
unità di prodotto; a instaurare rapporti umani che privilegino la
collaborazione sulla competizione; a definire un sistema di valori in cui le
relazioni affettive prevalgono sul possesso di cose; a promuovere una politica
che valorizzi i beni comuni e la partecipazione delle persone alla gestione
della cosa pubblica.

La decrescita è elogio della
lentezza e della durata; rispetto del passato; consapevolezza che non
c’è progresso senza conservazione; indifferenza alle mode e all’effimero;
attingere al sapere della tradizione; non identificare il nuovo col meglio, il
vecchio col sorpassato, il progresso con una sequenza di cesure, la
conservazione con la chiusura mentale; non chiamare consumatori gli acquirenti,
perché lo scopo dell’acquistare non è il consumo ma l’uso.

I punti in comune, gli obiettivi che coincidono

Al di là dei termini, e
delle definizioni che questi hanno comunque mutato e/o ampliato, nel tempo,  il senso comune dei concetti di sviluppo
sostenibile e decrescita felice sono forse riassumibili in  questo: ripensare e modificare i modelli
economici
e di “sviluppo” presenti, cercando quell’economia che può
funzionare per contrastare cambiamenti climatici e inquinamento, per garantire
maggiore equità e creare benessere diffuso.
Che poi usino modelli di Green economy ed economia circolare o Blue
economy, questo varierà, e forse sarà bene così, a seconda del contesto e delle
possibilità di avere maggiori ritorni rispetto agli obiettivi dati.

Altre fonti:

Foto di Yves Bernardi da Pixabay

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