Teoria della simulazione incarnata

cinema psiche

Il Cinema è stato definito la “Settima Arte” ma dai Fratelli Lumiere ad oggi resta aperto il terreno della ricerca sulle incisive potenzialità della narrazione filmica di addentrarsi nelle sfaccettature più riposte della natura umana.

Il bagaglio creativo dell’uomo è fatto di capacità di analisi, critica, immaginazione, affabulazione poetica, racconto della realtà e sappiamo che il film è anche teoria, storia, filosofia, letteratura, estetica. C’è, però, un altro approccio al Cinema, certamente non esaustivo ma altamente rivelativo, ed è quello delle neuroscienze in grado di portare il livello della comprensione filmica su un altro piano, quello integrante il funzionamento del sistema corpo-mente che, attraverso lo studio delle aree cerebrali, traccia le mappe neurobiologiche delle nostre reazioni percettive.  La stessa matrice etimologica, dal greco antico, ci chiarisce il significato del termine “cinema” che designa il “movimento” e le figure del grande schermo che si animano, ci parlano, ci catturano, ci commuovono.

Un quesito esistenziale

Una domanda, probabilmente, non è, però, tuttora particolarmente indagata nei saperi umanistici e scientifici ed è: perché andiamo al cinema? Che cosa è che ci spinge a varcare l’ingresso di una sala cinematografica (quando saranno riaperte) o ad avvalerci dei vari schermi portatili per la visione di un film?

Una teoria molto interessante è stata elaborata dal Professor Vittorio Gallese, neuroscienziato e docente all’Università di Parma, padre dell’orientamento teorico secondo il quale nella ricezione di un film lo spettatore utilizza meccanismi neuronali di rispecchiamento in base al principio della “Simulazione Incarnata”. Un utile testo di riferimento al riguardo è “Lo schermo empatico” scritto da Vittorio Gallese e dal critico cinematografico Michele Guerra. La fondamentale asserzione del libro consiste nella spiegazione dell’ipotesi teorica secondo la quale nella fruizione di un film non ci serviamo esclusivamente degli organi sensoriali visivi, non ci caliamo in immagini e suoni solo per ciò che vediamo, ma attiviamo l’area corticale del cervello che ha il compito dell’esecuzione motoria. Più precisamente, se l’azione è eseguita partono gli impulsi della via cortico-spinale che induce il movimento. Se l’azione è osservata, i circuiti corticali motori s’innescano parzialmente e con intensità minore: l’azione, quindi, non è prodotta ma simulata. Nell’individuo che non agisce ma si limita ad osservare si introietta una sorta di “bonsai” del movimento, un formato corporeo incarnato e mutuato dalla percezione di movimenti altrui.

La simulazione incarnata intesse la struttura della relazione con il mondo nell’agire quotidiano, nei rapporti con gli altri, con lo spazio, con le cose e, parimenti, rappresenta lo schema del funzionamento dell’assimilazione delle rappresentazioni figurative. Ci si potrebbe domandare, pertanto, fino a che segno la virtualità percepita della finzione cinematografica si discosti dalle modalità in cui ci rapportiamo nella realtà quotidiana, ma ciò per intendere che essere buon cinema è dare forma all’esperienza dello spettatore.

L’estetica sperimentale

Vittorio Gallese preferisce definire la sua impostazione come “estetica sperimentale”, come percezione del mondo attraverso il corpo. Per rispondere alla domanda iniziale, dunque, andremmo al cinema perché questa propensione è intima ed iscritta in un processo neurobiologico di base che “codifica” l’empatia ma va oltre essa: non solo c’impregniamo dell’elemento emozionale veicolato dalle immagini, ma simuliamo biologicamente quel segmento di vita oggetto della nostra percezione. La simulazione incarnata esplica una qualità della comunicazione che non è sostenuta dal linguaggio ma si appoggia alla “cognizione motoria” come elemento cardine dell’intersoggettività umana: la ricezione automatica, embodied, del movimento altrui negli assetti neuronali spiega l’essenza incarnata e relazionale degli esseri viventi. L’indagine scientifica in questo campo estremamente affascinante è ancora in corso e fra gli italiani ne sono stati sostenitori registi come Bernardo Bertolucci e scienziati come Giacomo Rizzolatti, coordinatore dell’equipe di ricercatori che ha scoperto l’esistenza dei neuroni specchio. Agli studi di Rizzolatti s’ispira, inoltre, il saggio intitolato “Nostoi-Ritorni, Cinema, Comunicazione, Neuroni Specchio”, a cura di Paola Dei, psicologa dell’arte e critico cinematografico.

Una utile digressione: i segreti della Grotta

Un regista geniale, Werner Herzog, nel 2010 ha realizzato lo splendido documentario in 3D intitolato “Cave of Forgotten Dreams”, girato nella Grotta di Chauvet nel Sud della Francia, scoperta casualmente dallo speleologo Jean Marie Chauvet nel 1994. Al suo interno si trovano le pitture murali di gran lunga più antiche del mondo risalenti a 32mila anni fa, all’epoca del Paleolitico Superiore. Si resta incantati nell’ammirare i disegni sulle pareti della roccia che delineano i profili di leoni, bisonti, cavalli, rinoceronti, ma ciò che colpisce è che l’artista paleolitico abbia ritratto animali e fiere in scene di movimento. Alcuni bisonti sono rappresentati con otto gambe per strappare alla staticità della roccia il dinamismo della corsa e le immagini sono sempre sovrapposte e giustapposte, come se si trattasse di sequenze, di fotogrammi di un’animazione.

Tutto fa pensare ad una remota anticipazione del Cinema, come è scritto nel saggio “Lo schermo empatico”, e denota la vocazione ancestrale dell’uomo a ricavare il movimento dalla materia inerte. L’immagine in movimento sembra essere da sempre la fissazione dell’inventiva umana. I postulati della simulazione incarnata esplicitano che guardare il mondo è qualcosa che supera l’attivazione del cervello visivo, è una tensione conoscitiva che utilizza come strumento di connessione con la realtà e le sue immagini anche l’apparato motorio che è facoltà e prerogativa dell’immedesimazione.  Il “gioco” avvincente della ricerca scientifica affonda nell’esplorazione delle caratterizzazioni dell’umano e qualche volta incontra le risonanze di sponde lontane: un frammento tratto da “Il Profeta” di Kahlil Gibran ci dice che “La bellezza è eternità che si mira in uno specchio, ma voi siete l’eternità e siete lo specchio”.

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